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E' un mondo difficile ( capitolo 67 )


di chiara94
19.05.2026    |    536    |    141 6.6
"Sono un suo coetaneo; dovrebbe darmi del tu, come ha fatto con la mia compagna di banco..."
Chiedo:” Devo cambiare città? Io vado al università, e purtroppo è anche la stessa di Gaia. Voglio continuare a studiare e laurearmi, dunque credo che possa essere una soluzione intelligente.”
La mia è una risposta ironica, ma dentro c’è anche una punta di esasperazione. Porto il suo discorso al estremo, quasi a voler dimostrare, che non può esistere una soluzione così semplice a qualcosa, che per me è emotivamente complesso.
Bartolomeo reagisce subito, battendo più volte le mani, vicino alla mia faccia:” Francesco; svegliati. Ti ho detto questo? Non mi sembra. Ti voglio dare un consiglio, come se fossi tuo padre. Se vuoi, ci confrontiamo anche con lui. Vedresti che concorderebbe con me. Basta che, al università o quando uscite insieme; eviti di parlare con Gaia, di chi le piace o di altri ragazzi. Limitati ad un rapporto di amicizia, e vedrai che non ci saranno problemi. Ovviamente usando l’intelligenza. Se lei ti fa capire che vuole stare da sola con un altro ragazzo, o uscire con lui; tu fai finta di nulla. Saluti e ti allontani.”
Le sue parole trasformano tutto in una serie di regole. Lui riduce la questione a comportamento; come se bastasse correggere il modo di agire, per eliminare il problema.
Io invece sento che il problema è dentro, non fuori. Non so francamente cosa rispondergli. A me non sembra di aver fatto il geloso o il tipo pesante, con Gaia. Le ho proposto di diventare la mia migliore amica, che è il miglior compromesso possibile, almeno nella mia testa.
Capisco che è meglio non replicare. Continuare a discutere. significherebbe solo espormi ancora.
Mi limito a dirgli:” Sì, mi saprò comportare. Mi dispiace che, per colpa mia, siete dovuti intervenire di nuovo.”
È una resa apparente. Accetto la colpa per chiudere il discorso, non perché ci creda davvero.
Bartolomeo mi dà una pacca sulla spalla:” Francesco; tu mi sei simpatico, dunque vi aiuto volentieri, a sintonizzarvi sulla stessa lunghezza d’onda.”
Gli sorrido:” Grazie.”
Dentro però sento che qualcosa si sta staccando. Non è più rabbia, è una specie di svuotamento.

I quattro si alzano e vanno al banco a parlare con Serena e Gaia.
Io resto seduto e osservo.
Gaia presenta Bartolomeo al barista, i due si stringono la mano, Bartolomeo gli dà una pacca sulla spalla, ed iniziano a chiacchierare e a ridere. Serena intanto intrattiene gli altri tre poliziotti.
Mi accorgo che Gaia dondola sullo sgabello per le risate, usa le mani per mimare qualcosa, e Bartolomeo e il barista ridono. Poi sono loro due, a turno, a fare facce caricaturali, per farla ridere ancora di più.
La guardo e mi rendo conto che, con loro, è completamente diversa. Più leggera, più spontanea. Con me è tensione, confronto, sfida. Questo pensiero non mi colpisce più come prima, non mi fa esplodere. Mi fa solo capire.
Non ci sto più a fare niente qui. Devo andarmene.
Il problema di passare davanti al barista? A questo punto non esiste più.

Devo comunque affrontarlo. Mi alzo e mi avvicino al bancone.
Lui se ne accorge e si gira a guardarmi. Gaia e Bartolomeo smettono di ridere.
Mi limito a chiedere:” Ci vuole ancora tanto per il panino? “
Il barista risponde:” Veramente non ho ancora iniziato a prepararlo. Mi sono dimenticato.Gaia e Serena sono troppo simpatiche, e non mi sono voluto perdere neanche un momento con loro.”
Gaia e Bartolomeo mi guardano, forse aspettandosi una reazione.
Qualche ora prima avrei reagito, ora no.
Rispondo in maniera educata e gentile:” Non ti preoccupare. Mi è un po’ passata la fame. Se non ti dispiace, evito di prendere il panino e la bibita.”
Lui mi risponde:” Come vuoi, non c’è problema.”
Non c’è tensione nella mia voce, non c’è provocazione, non cerco di dimostrare nulla.
Saluto:” Ciao a tutti, ci si sente.”
Bartolomeo e i suoi colleghi mi salutano. Gaia, Serena e il barista mi guardano, senza ricambiare.
Non mi fermo ad interpretare questa mancata risposta. Non mi serve più.
Semplicemente esco dal locale e mi allontano.Torno a casa.
Non me ne frega nulla dell’epilogo dell’uscita di Gaia. Troppi cambi d’umore, troppe variabili impazzite: è diventato impossibile prevedere qualsiasi cosa. Questo, più che tranquillizzarmi, mi svuota.

Sto guardando una serie televisiva, cercando di non pensare; quando mio padre bussa alla porta.
“ Francesco; ti va se andiamo a prendere un caffè, al bar? Mi accompagni? Ho voglia di fare due passi.”
La sua richiesta è semplice, ma so già, che non è solo una passeggiata.
Gli rispondo:”Certo papà.”
Mi metto le scarpe e usciamo.
Durante la camminata parliamo del più e del meno, ma è una conversazione di superficie. Sotto, c’è altro. So che al bar vorrà parlarmi di ieri sera. E, in fondo, è giusto così.
Si è trovato in mezzo, senza volerlo. Chiunque, al suo posto, farebbe domande. Anche io lo farei.
Arriviamo al bar.
Ad un tavolo, c’è Bartolomeo.
Alza il braccio:” Venite.”

Guardo mio padre.
Lui si affretta a precisare:” Francesco; ti dobbiamo parlare.”
In questo momento capisco che non è un confronto, è un intervento.
Ci sediamo.
Mio padre prende subito la parola:” Francesco; il padre di Gaia mi ha cercato e mi ha raccontato tutto. È un poliziotto, ha trovato facilmente il mio numero.»
Gli rispondo:” Allora sai anche, che non ho fatto niente.”
Bartolomeo mi sorride. Poi, con la mano, mi spettina i capelli:” Stai tranquillo, ti sei comportato bene.Dopo che sei andato via, Gaia mi ha spiegato nei dettagli.”
Quel gesto mi dà fastidio. Non per il gesto in sé, ma per quello che rappresenta. È una copia di Gaia. È una presa di posizione sottile, quasi una presa in giro. È come se volesse mettersi sullo stesso piano emotivo, ma senza averne il diritto.
Chiedo:” So di essermi comportato bene. E allora perché sono qui? ”
Bartolomeo va diretto: «Gaia stasera non vuole stare a casa, vuole uscire.”
Gli rispondo:” Direi che ha un’ottima scelta di pretendenti.”
La mia è una difesa. Ironica, ma anche distaccata. Sto cercando di posizionarmi fuori dal gioco.
Il poliziotto replica:” Non vuole una serata impegnativa. Vuole uscire con te.”
C’è una pausa.
Replico:” Però io non sono disponibile.”
Bartolomeo mi guarda fisso:” Francesco; tu ti consideri un tipo giusto o uno sfigato? “
La domanda è una trappola. Non riguarda davvero me, ma la scelta che sto facendo.
Rispondo sicuro:” Io non mi considero, io sono un tipo giusto.”
Lui incalza:” L’uscita di stasera come potrebbe finire? “
Resto lucido:” Probabilmente un’uscita piacevole. Non credo neanche che discuteremmo. L’ultima volta abbiamo discusso perché ho provato a baciarla, altrimenti non sarebbe successo nulla.”
Mi domanda:” Quindi se Gaia ti ha detto no su un bacio, è un no definitivo? “
A questo punto sento il bisogno di uscire dalla logica della domanda.
” Perché avete scelto me come bersaglio? “
Scuote la testa:” Non parlare al plurale. È stata Gaia, a sceglierti. Trova la mia approvazione? Sì, ma la scelta è esclusivamente sua.”

Questa frase cambia il peso della situazione. Non è più pressione esterna. È scelta interna di Gaia. Invece di rassicurarmi, mi mette ancora più in difficoltà.
Bartolomeo si rivolge a mio padre:” Gianni; digli anche la tua opinione.”
Mio padre mi guarda.” Francesco; tecnicamente, Bartolomeo ha ragione. Uscendoci, anche solamente in amicizia, tutto può succedere. Considerando, in particolar modo, che uscirete in due.”
Gli rispondo:” La teoria è una cosa, la pratica è un’altra.”
Questa frase è la sintesi del mio stato mentale. Io vedo il rischio emotivo, loro vedono l’opportunità. O fanno finta di vederla.
Il poliziotto insiste:” Quindi sei uno sfigato; Francesco? “
Guardo mio padre.
Lui interviene subito:” Lo dice per il tuo bene; Francesco. Capisco tutti i tuoi dubbi e le tue perplessità, ma ti faccio un’osservazione. Se sbaglio, correggimi pure. Se tu non esci con Gaia, lei uscirà con un altro. Questo altro potrebbe scopare con lei. Stasera saresti tu a rifiutare di uscire con lei, ma da domani potrebbe essere lei, a rifiutare di uscire con te. Dopo che uno se la scopa una volta, se la scopa tutte le sere.»
Poi guarda Bartolomeo:” Scusami se sono stato diretto, ma non vedo altro modo.”

Bartolomeo gli dà una pacca sulla spalla:” Gianni; è proprio come hai detto. Dopo che scopa una volta, il sesso diventa come una droga.Quando Gaia proverà il cazzo, non potrà più farne a meno. Inutile girarci attorno, le cose stanno così. Mia figlia è come tutte le altre ragazze: sara’ seria e leale con il proprio ragazzo, ma al tempo stesso sarà la sua puttana.”
Mi manca quasi il respiro, a sentirli parlare così.
Il poliziotto si accorge del mio disagio:” Cosa c'e', Francesco? Credi che a Gaia non piacerà il cazzo? Sei un ingenuo, allora.”
Mio padre interviene:” Francesco; siamo tra uomini. Possiamo dire le cose come stanno, senza farci troppi problemi. Ci fossero delle femmine, useremmo altri termini.”
Il poliziotto lo interrompe:" Altri termini, ma il significato rimarrebbe uguale.”
Mio padre annuisce. Ormai è in perfetta sintonia con il poliziotto.
Poi Bartolomeo torna a guardarmi:” Francesco; un conto è se Gaia si fa uno, un conto se ci scopa tutte le sere. La sai la differenza? “
Qui emerge chiaramente la loro visione: non parlano di sentimento, ma di dinamiche di possesso, abitudine, competizione. È un linguaggio diverso dal mio.

Dico a entrambi:” Scelgo di vederla come la mia migliore amica, proprio per questo motivo: per non illudermi più.”
Questa è la mia difesa più forte. Trasformare il desiderio in amicizia, per proteggermi.
Mio padre però affonda:” Francesco; Bartolomeo mi ha raccontato di oggi. Ti sei fatto prendere per il culo da tutti, anche dal barista. Se non fossi stato innamorato di lei, non glielo avresti permesso.”
Obietto:” Papà; scusami, ma cosa me ne frega di quel barista? O di quello che può pensare di me? Se avessi reagito, sarei veramente finito al tappeto. Avevo le ragazze contro, e anche”
Mi fermo. Guardo Bartolomeo.
Lui, con il dito, mi fa segno di no:” Francesco; non dire stupidaggini. Non raccontare bugie a tuo padre. Io non avrei tenuto la parte né a te, né a lui, e neppure i miei colleghi. Su Serena non mi posso esprimere, ma posso mettere la mano sul fuoco, riguardo una cosa: Gaia avrebbe tenuto la tua parte, in qualunque caso. Sia che tu avessi avuto ragione, sia che tu avessi avuto torto.”
Non replico. Non perché sia convinto, ma perché capisco che non servirebbe. Le loro convinzioni sono già formate.
Mio padre insiste:” Francesco; esci con Gaia stasera, ascoltaci. Abbiamo qualche anno in più di te, sappiamo bene come funziona il mondo.”
Obietto:” Il mondo è cambiato.”
Il poliziotto interviene subito:” Per quelle come Valentina; per Gaia, no. Francesco; se la lasci uscire con un altro, rischi di giocartela. Poi non ti potremo più aiutare. Adesso ti stiamo aiutando, ma se Gaia scopasse con uno, poi non potremmo fare più niente.”
Lo guardo in silenzio.
In questo momento non sto più ragionando su Gaia. Sto ragionando su di me. Sul fatto che, nonostante tutto, una parte di me non vuole chiudere.
Bartolomeo si alza:” Gaia ti aspetta al bar di oggi alle nove, non deluderla.”
Poi aggiunge:” Scusate, devo tornare al lavoro.”
Se ne va.

Io e mio padre usciamo.
Torniamo a casa in silenzio. È un silenzio pieno, non vuoto. Dentro ci sono tutte le cose non dette.
Sotto casa, mio padre mi guarda.
Lo anticipo:” D’accordo, esco con Gaia.”
In questa frase non c’è entusiasmo.
C’è una scelta consapevole.
Non per convincere lui, ma per capire fino in fondo me stesso.

Torniamo a Roberto.
Durante tutto il viaggio in macchina, non ho aperto bocca.
Mi sono seduto dietro, come è normale che sia.
Lavinia accanto a Oceano, io dietro.
Anche la disposizione dei posti conferma quello, che continuo a ripetermi da ore: loro appartengono allo stesso mondo, io no.
Per tutto il tragitto parlano soltanto loro due: rugby, classifica, partite future.
Oceano le spiega la situazione della sua squadra, con entusiasmo tranquillo; e Lavinia lo ascolta davvero. Ogni tanto lo interrompe con qualche domanda, interessata.
Poi lui le racconta un’uscita, fatta con i suoi amici.
Lei ride.
E io resto in silenzio.
Non perché mi stiano escludendo volontariamente. Probabilmente stanno solo parlando delle loro cose. Però la sensazione che provo, è sempre la stessa: sono di troppo.
Così smetto persino di cercare un modo per intervenire.
Quando arriviamo al centro commerciale, scendiamo dalla macchina e ci dirigiamo verso il negozio di intimo.
Lavinia entra per prima.
Poi Oceano.
Infine io.
Perfetto.
Anche l’ordine, con cui attraversiamo la porta, racconta una gerarchia precisa.
Decido subito di restare in disparte.
Qualche metro dietro di loro.
Vicini loro, lontano io.

Una commessa si avvicina a Lavinia.
" Ciao, hai bisogno? "
"Ciao, sì. Vorrei comprare dei nuovi completi intimi."
La naturalezza, con cui riesce a dirlo, mi colpisce sempre.
Io invece mi sento già fuori posto, soltanto ad essere qui dentro.
La commessa le sorride.
" Fai un giro e guarda quello che ti piace. Se c’è la taglia, puoi provare cosa ti interessa. Per qualsiasi cosa, chiamami."
Poi si gira verso di me.
" Ha bisogno? "
Quella frase mi colpisce in modo assurdo.
Ha bisogno.
Mi ha dato del lei.
Sono un suo coetaneo; dovrebbe darmi del tu, come ha fatto con la mia compagna di banco.
Anche al ragazzo di Lavinia darebbe ovviamente del tu.
Con me ha voluto marcare un evidente segnale di distanza.
Mi vedo attraverso i suoi occhi: brutto, solo, impacciato, rigido, fuori contesto.
Nella mia testa, il lei diventa una conferma del fatto, che io non appartenga al mondo dei miei coetanei.

Prima ancora che io riesca a reagire, Lavinia si avvicina a me e mi prende sottobraccio.
" È con me."
Lo dice con decisione.
" Solamente che è un po’ timido, e non gli piace molto accompagnarmi a fare shopping. soprattutto in un negozio di intimo. Ha paura di apparire come un pervertito, o di essere subito giudicato, senza aver fatto niente."
Mi irrigidisco immediatamente.
Perché sta raccontando, ad alta voce, esattamente le mie paure?
Non vuole saperne di smettere:" Gli ho chiesto io, di venire. Altrimenti non sarei mai venuta, se lui non fosse venuto."
La commessa resta spiazzata.
Per qualche secondo non sa come reagire.
Poi guarda Oceano, che rimane in silenzio.
Infine guarda me.
Ed io lo capisco immediatamente.
Ha fatto l’associazione.
Oceano: il ragazzo bello, sicuro, fidanzato con Lavinia.
Io: l’amico timido e strano.
Lavinia però se ne accorge nuovamente subito.
E senza lasciarmi il tempo di chiudermi ancora di più, si gira verso di me:" Roberto; lascia perdere. Fatti scivolare la cosa addosso. Non conta cosa pensano le altre persone. Conta solamente cosa penso io."
La guardo, e lei continua:" Le piace Oceano? Sicuramente. Però sa bene, che lui preferisce me. Non le piaci? Concordo. Rimane il fatto che tu preferisci me."
La commessa deglutisce imbarazzata.
Io invece resto completamente spiazzato.
Lavinia ha appena fatto una cosa, che mi manda totalmente in confusione: mi ha difeso, ma contemporaneamente mi ha anche esposto completamente.
Come se non avesse alcun problema a mostrare, quanto io sia vulnerabile.

Nel frattempo arriva un’altra commessa.
" Sono la responsabile del punto vendita, c’è qualche problema? "
Lavinia si gira immediatamente verso di lei.
"C’è qualche problema, se il mio compagno di classe resta con me, mentre guardo la merce? Può consigliarmi? Se la sua collega deve giudicarlo senza conoscerlo, non è il negozio giusto per me."
La responsabile prova subito a calmare la situazione:"C’è stato un equivoco."
La mia compagna di banco non ha intenzione di lasciarla finire:" Io non lo chiamo equivoco. Io la chiamo superficialità e stupidità: giudicare le persone, senza conoscerle."
Nel negozio cala un silenzio pesante.
E io, in mezzo a tutto questo, provo due emozioni completamente opposte.
Da una parte mi sento protetto: nessuno, mai, aveva preso le mie difese in questo modo.
Dal altra però mi sento ancora più piccolo: ho la sensazione che Lavinia stia combattendo una battaglia, che io, da solo, non sarei mai capace di affrontare.

Lavinia prende la mia mano e mi dice:" Andiamo, Roberto? "
Lei fa qualche passo in avanti, io invece resto fermo.
Il mio sguardo è inchiodato su Oceano.
Anche le due commesse stanno guardando lui, come se aspettassero una reazione. Una smorfia. Una protesta. Qualunque segnale che chiarisca finalmente i ruoli, dentro questa situazione assurda.
Ma Oceano non dice niente, ed è proprio questo silenzio a destabilizzarmi.
Nella mia testa, un fidanzato dovrebbe reagire. Dovrebbe infastidirsi. Dovrebbe almeno mostrare fastidio, nel vedere la propria ragazza prendermi per mano, difendermi, trascinarmi con sé.
Invece lui sembra tranquillo.
Troppo tranquillo.
Lavinia si accorge subito, che non la sto seguendo.
E si spazientisce.
" Volete fare una foto con lui? Chiedeteglielo. Io la faccio con Roberto."
Prima ancora che riesca a capire cosa voglia fare, mi si avvicina.
Appoggia la sua guancia contro la mia.
" Sorridi."
Il mio corpo si irrigidisce immediatamente.
Sento il calore della sua pelle, il profumo dei suoi capelli; e contemporaneamente sento addosso lo sguardo di Oceano.
Continuo a fissarlo, come se da lui dovesse arrivare la spiegazione di tutto.
La responsabile allora si gira verso l’altra commessa.
" Andiamo, lasciamoli girare da soli."
Le due si allontanano.

Io invece resto bloccato dentro la scena.
Vedo il nostro riflesso nello schermo del cellulare.
Lavinia sorride, io no.
Sembro uno che sta per essere interrogato.
Lei allora, con una mano, inizia a giocare col mio naso.
" Ridi; Roberto."
E lì sento quasi venirmi da piangere.
La mia mente continua a ripetere la stessa domanda:" Che cosa starà pensando Oceano? "
Possibile che per lui tutto questo sia normale?
Possibile che non ci veda nulla di strano?
Oppure si sta semplicemente divertendo a guardarmi, a vedermi agitato?
Non riesco a capirlo.
Ed è questo a consumarmi.
Sento il clic della foto.
Lavinia abbassa il cellulare e si gira verso di me.
Mi accarezza una guancia.
" Anche col muso, sei venuto bene lo stesso, in foto. Poi la pubblichiamo sui social."

Il panico mi attraversa immediatamente.
" Ma sei pazza? Devi prima chiedere l’autorizzazione a "
Non riesco nemmeno a finire la frase.
Lei appoggia un dito sulle mie labbra.
Il gesto è delicato, ma dentro c’è anche qualcosa di deciso.
Sta imponendo silenzio.
Come se volesse impedirmi di nominare l’unica persona che, in questo momento, domina completamente i miei pensieri: Oceano.
Mi guarda negli occhi per qualche secondo.
Poi riprende la mia mano.
" Allora, da dove iniziamo? "

Io però mi giro ancora verso Oceano.
È fermo, poco distante.
Sta usando il cellulare.
Tranquillo.
Come se nulla di tutto questo, lo riguardasse davvero.
E più lui appare sereno, più io mi sento in trappola.
Non riesco a capire le regole del gioco.
Se fosse arrabbiato, almeno saprei come comportarmi.
Se fosse geloso, capirei il confine da non superare.
Invece no.
Lui osserva tutto, senza intervenire.

" Roberto; ci sei? "
La voce di Lavinia mi riporta alla realtà.
Mi sta chiamando di nuovo.
E capisco che, mentre io continuo ad analizzare ogni dettaglio, ogni sguardo, ogni possibile significato nascosto;lei sta semplicemente andando avanti.
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